sabato 9 maggio 2015

ELOGIO DEL NULLA CHRISTIAN BOBIN Illumina ciò che ami senza toccarne l'ombra

..L'attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo. E' un fiore povero che guarisce tutti i mali. Il tempo dell'attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno. Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa - di un amore, di una primavera, di un riposo - viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell'attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l'imprevedibile. Non aspettare niente, se non l'inatteso. Questo sapere mi viene da lontano. Sapere che non è un sapere, ma una fiducia, un mormorio, una canzone.
Mi viene dall'unico maestro che io abbia avuto: un albero. Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura. L'amarezza di una pioggia, la follia di un sole: tutto è nutrimento per loro. Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un'attesa radiosa e tremula. Infinita. Il mondo intero poggia su di essi. Il mondo intero poggia su di noi. Dipende da noi che si spenga o che si infiammi. Dipende da un granello di silenzio, da un pulviscolo dorato - dal fervore della nostra attesa. Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L'erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l'inchiostro. Attraversare una terra è come esaurire un amore. Quello che attraversiamo ci cambia. Il paesaggio affluisce nel corpo. Il vento si ingolfa nel sangue. Il cielo trova la via per il cuore. Guardiamo gli uccelli indaffarati su un albero dalla fitta chioma rigogliosa. Si chiamano, si rispondono, il becco picchiettato d'ombra. Piccoli mendicanti gioiosi sotto il mantello del re. Prendiamo tra le dita una farfalla secca, attaccata a una foglia di gelso. L'arte di camminare è un'arte contemplativa. All'inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più che una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi, una farfalla morta, polverizzata dal vento. Non si lotta più con l'aria, con il vuoto nell'aria, con gli angeli nel vuoto. Si è come in quella storia che la mamma racconta al bambino: "Quando avevo la tua età ero così piccolina che il vento, in una giornata di rabbia, mi ha sollevato e portato molto lontano, con il mio ombrello rosso - rosso come una coccinella, rosso come una parola d'amore, amore mio".
Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro? Il lavoro: nulla. Il pensiero: è niente. Il mondo: è niente. La scrittura che è lavoro, pensiero, mondo: niente. Resta l'amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla.(...)
         da Elogio del Nulla di  Christian Bobin


e leggiamone un po' di più...che è troppo bello!!

La sua lettera è là, sul bordo della credenza della cucina. Aspetta. Da quasi una settimana, attende la mia risposta. Una piccola donna d'inchiostro, modesta, con la gonna un po' spiegazzata, le frasi incrociate sulle ginocchia. A ogni mio sguardo, pone nuovamente la sua domanda. E non sempre so rispondere. La vedo tutti i giorni. Passo molto tempo in questa cucina. Vi assaporo un silenzio che le luci della strada fanno tintinnare come cristallo. Da una settimana, questo silenzio è segretamente turbato dalla sua lettera. Lei mi chiede un testo per la sua rivista. Un testo, o almeno qualche frase. Che graviti attorno a questa domanda: Cosa dà senso alla sua vita?
Vede, quando ho letto questa formulazione, mi sono trovato ricondotto all'infanzia, nell'aula degli esami: scrivete il cognome in alto, a sinistra del foglio. Rileggete bene il vostro tema. Potete usare il dizionario. Non sono mai stato molto portato per gli esami. Non che fossi un cattivo alunno, come si suol dire. Quando indovinavo cosa ci si aspettava da me, allora lo davo. Facevo dell'arte di apprendere un'arte davvero sottile dell'offerta: bisogna dare all'altro ciò che egli si aspetta, non ciò che auspicate per voi. Ciò che spera, non ciò che siete. Perché ciò che spera, non è mai ciò che siete, è sempre un'altra cosa. Ho imparato molto presto, dunque, a dare quello che non avevo. La scrittura ha dovuto cominciare così. La scrittura, l'amore e il resto. Di sicuro. Così ottenevo dei buoni voti in francese. Per le altre materie, ero costretto a imparare tutto a memoria: la mia noia, e l'assoluta mancanza di attenzione che ne seguiva, mi mettevano troppo in pericolo. Non c'era altra soluzione che lo studio parola per parola, privo di senso, è chiaro. Imparavo l'essenziale, a scuola. Imparavo l'imitazione dell'intelligenza, l'imitazione dell'interesse, l'imitazione della vita. Imparavo, come tutti quanti, a mentire, a crescere. Che cos'è, un adulto? È qualcuno che mente. Mente non su questa o quella cosa, ma su ciò che è. Un bambino diventa adulto quando è capace di questa menzogna profonda, essenziale. Mi servivo dunque, più o meno abilmente, di quest'arte della parvenza. Lo facevo su tempi molto brevi. Mi sembrava inopportuno dire in venti righe quanto poteva dirsi in dieci. Spesso una parola basta. Anche nessuna.

Per tutte queste ragioni, ho avuto voglia all'inizio di risponderle molto in fretta, con un telegramma: "Cosa dà senso alla mia vita? Nulla, e soprattutto non la scrittura". Perché suppongo che lei mi interroghi in ragione di qualche libro che ho scritto. Si fanno sempre troppe domande agli scrittori. Come fossero detentori di un sapere abbondante, disponibile giorno e notte. Come se si scrivesse a partire da un sapere. E vero il contrario: si può scrivere esclusivamente di ciò che si ignora. Si può scrivere solo muovendosi verso l'ignoto - e non per conoscerlo, ma per amarlo. Filosofi e mistici hanno ricamato molto su questo tema. Hanno tessuto pesanti pastrani. I filosofi mi annoiano. La loro lingua è amara. Il loro desiderio è davvero troppo impaziente per poter essere mai soddisfatto. I mistici mi incantano quando vivono d'amore e di acqua pura, non quando pensano. Non si può pensare quando si è innamorati. Si è troppo impegnati a bruciare la propria casa. Non si conserva per sé alcun pensiero. Li si spedisce tutti verso l'amata, come colombe, come stelle, come ruscelli. Essere innamorati è essere ubriachi. Come quell'uomo, ieri, per strada. Avanzava, stordito dal bere. La voce forte, il gesto ampio, s'intratteneva in conversazione con se stesso. D'un tratto, ha frugato nel cappotto, ne ha tirato fuori del denaro e lo ha gettato, a manciate, sulla strada. Poi se n'è andato, sprezzante della sua fortuna. Slegato da sé. Distaccato da qualsiasi reame. Sì, è un po' essere così, essere innamorati. Vuotarsi le tasche. Perdere il proprio nome. Scoprire, rapiti, la certezza di non essere nulla.
Ma io mi allontano dalla sua domanda. A meno che non sia come giunto al suo centro: solo l'amore dà un senso alla mia vita, rendendola insensata a se stessa. Che cosa dire di più: la mia vita mi sfugge. Non mi raggiunge che in mia assenza. Nel chiarore di un pensiero indifferente ai miei pensieri. Nella purezza di uno sguardo indifferente ai miei desideri. La mia vita fiorisce lontano da me. Me ne separo quando vado nel mondo. La ritrovo contemplando il cielo. Il cielo materiale, dipinto di blu e d'oro. Le luci che vi soggiornano sono lettere d'amore. Un amore senza appartenenza. Senza avidità. Un amore che non vi domanda niente, se non di esserci. Che, mentre passa, vi dona l'eterno. Ogni cielo ha la sua sfumatura, ogni lettera ha il suo momento. Non sono veramente destinate a me. Le leggo lentamente. Solo alla sera le restituisco. Andrà bene questa risposta? Lei si accontenterà di un angolo di cielo blu? Temo di essere fuori tema. Non capisco appieno la sua domanda. Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso? Per salvarli?

Ma non ne hanno bisogno. Non c'è perdita nelle nostre vite, perché le nostre vite sono perdute da sempre, perché continuano a svanire momento dopo momento. Nella sua lettera una parola mi infastidisce. La parola "senso". Mi permetta di cancellarla. Guardi cosa diventa la sua domanda, come si presenta bene adesso. Aerea, agile: "Cosa le dà la vita?". Stavolta la risposta è facile: tutto. Tutto ciò che non è me e mi illumina. Tutto ciò che ignoro e che aspetto. L'attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo. E' un fiore povero che guarisce tutti i mali. Il tempo dell'attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno. Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa - di un amore, di una primavera, di un riposo - viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell'attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l'imprevedibile. Non aspettare niente, se non l'inatteso. Questo sapere mi viene da lontano. Sapere che non è un sapere, ma una fiducia, un mormorio, una canzone.
Mi viene dall'unico maestro che io abbia avuto: un albero. Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura. L'amarezza di una pioggia, la follia di un sole: tutto è nutrimento per loro. Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un'attesa radiosa e tremula. Infinita. Il mondo intero poggia su di essi. Il mondo intero poggia su di noi. Dipende da noi che si spenga o che si infiammi. Dipende da un granello di silenzio, da un pulviscolo dorato - dal fervore della nostra attesa. Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L'erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l'inchiostro. Attraversare una terra è come esaurire un amore. Quello che attraversiamo ci cambia. Il paesaggio affluisce nel corpo. Il vento si ingolfa nel sangue. Il cielo trova la via per il cuore. Guardiamo gli uccelli indaffarati su un albero dalla fitta chioma rigogliosa. Si chiamano, si rispondono, il becco picchiettato d'ombra. Piccoli mendicanti gioiosi sotto il mantello del re. Prendiamo tra le dita una farfalla secca, attaccata a una foglia di gelso. L'arte di camminare è un'arte contemplativa. All'inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più che una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi, una farfalla morta, polverizzata dal vento. Non si lotta più con l'aria, con il vuoto nell'aria, con gli angeli nel vuoto. Si è come in quella storia che la mamma racconta al bambino: "Quando avevo la tua età ero così piccolina che il vento, in una giornata di rabbia, mi ha sollevato e portato molto lontano, con il mio ombrello rosso - rosso come una coccinella, rosso come una parola d'amore, amore mio".
Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro? Il lavoro: nulla. Il pensiero: è niente. Il mondo: è niente. La scrittura che è lavoro, pensiero, mondo: niente. Resta l'amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla. La solitudine in noi è come una lama, conficcata profondamente nella carne. Non possiamo estrarla senza ucciderci all'istante. L'amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare. L'amore è niente più che questo bruciare, come bruciare al calor bianco. Una schiarita nel sangue. Una luce nel respiro. Niente di più. E tuttavia mi sembra che una vita intera sarebbe leggera, affacciata su questo nulla. Leggera, limpida: l'amore non oscura ciò che ama. Non l'oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire. Lo guarda allontanarsi con un passo così felpato che non lo si sente spegnersi: elogio del poco, lode del debole. L'amore viene, l'amore va. A suo tempo, mai al nostro. Chiede, per venire, tutto il cielo, tutta la terra, tutto il linguaggio. Non potrebbe resistere nella costrizione di un senso. Nemmeno saprebbe accontentarsi di una felicità. L'amore è libertà. La libertà non va a braccetto con la felicità. Si accompagna alla gioia. La gioia è come una scala di luce nel nostro cuore. Porta ben più in alto di noi, ben più in alto di sé: là dove non c'è più niente da afferrare, se non l'inafferrabile. Certo, non rispondo più veramente: io canto. Ma si può chiedere all'uccello la ragione del suo canto?



2 commenti:

nucci massimo ha detto...

Non insistere, non leggerò quel pistolotto qui sopra
non riesco a portarm il computer al cesso.

JANAS ha detto...

strano le mie più intense e belle letture le ho fatte proprio al cesso!!! Ovviamente io ho un portatile!! Oppure sono solo quattro pagine..potevi stampare!! ;)